Archivio per aprile, 2010

U2 – Sunday Bloody Sunday

Posted in Pop Rock, Post Punk, Rock on 17 aprile 2010 by sharkmax88

Ci sono giornate belle e giornate più brutte. E non sto parlando del tempo. Intendo giorni in cui il progresso globale fa un passo in avanti, altri in cui ne fa uno indietro. E poi ci sono giornate che si possono paragonare a dei lunghissimi balzi, e purtroppo la maggior parte di questi avviene all’indietro, verso il regresso

Gli U2 sono uno dei gruppi musicali più impegnati nel sociale, e questo lo si deve al suo immenso e generoso leader, il mitico Bono Vox (all’anagrafe Paul David Hewson). E fin qui nulla di nuovo. Eppure questo gruppo è così famoso che spesso associamo mentalmente un evento storico con una loro canzone, come fosse sufficiente questa a raccontarcelo esaurientemente e in un modo più neutrale e allo stesso tempo commovente di qualsiasi pagina dei libri di storia. Così se all’elezione di Mr. Barack Obama il mondo ha esultato sulle parole e sulle note di “It’s A Beautiful Day”, nel ricordare, purtroppo, la data del 30 Gennaio 1972, non può non venirci in mente che quella giornata è passata alla storia come “(Sunday) Bloody Sunday”.

Quel giorno, nella città di Derry, nell’Irlanda del Nord, l’esercito del Regno Unito aprì il fuoco sui partecipanti ad una manifestazione. E ben quattordici persone, che erano tutte dei semplici civili disarmati che manifestavano nel pieno diritto di farlo, vennero uccise. È inutile commentare oltre il gesto, perché sarebbe inevitabile il passaggio ad un linguaggio volgare, sudicio, scorretto, paragonabile solo a quegli spregevoli assassini in divisa che si credono liberi di usare le armi che portano quando vogliono e contro chi vogliono. Basti dire che è stato quell’episodio a scatenare la rivolta nazionalista contro il governo di Londra.

All’epoca dei fatti il frontman degli U2 avesse solo 11 anni, ma quando scrisse la canzone dieci anni dopo, il suo ricordo di quella terribile giornata era ancora vivo. Nonostante nelle sue vene scorra sangue irlandese, spesso generalizzato come più burrascoso e più propenso alla violenza, Bono ha saputo affrontare questo trauma infantile, in comune con molte altre migliaia di persone, con la testa, in modo maturo e razionale. Questa canzone, di cui lui stesso ha scritto il testo (come nella quasi totalità dei pezzi del gruppo) e gli altri della band la musica, difatti non è una canzone di ribellione (“But I won’t heed the battle call” tradotto come: “Ma non darò retta alla chiamata della battaglia”), genere piuttosto tipico per il repertorio di musica irlandese, bensì una reazione di incredulità (“I can’t believe the news today” cioè “Non riesco a credere alla notizia di oggi”) e scandalizzata di un ragazzo che, cresciuto in un ambiente profondamente religioso (la madre era protestante, il padre cattolico), non può credere a quello che vedono i suoi occhi: dei fratelli cristiani che invece di riunirsi a pregare e fare del bene, seguendo le indicazioni che Cristo ha lasciato circa due millenni prima, provano reciprocamente un odio profondo e praticano una sviscerata violenza che li divide sempre più (“The real battle just begun, to claim the victory Jesus won” ovvero: “La vera battaglia è appena iniziata, per reclamare la vittoria che Gesù (già) ottenne”).

Bono non si capacita e si chiede continuamente nel ritornello: “How long, how long must we sing this song?” (“Per quanto tempo, per quanto tempo dobbiamo cantare questa canzone?”). Sembra quasi voler dire: continueremo a cantare questa canzone finché non ci sarà pace tra Irlanda del Nord e Irlanda del Sud, tra Protestanti e Cattolici. Eppure questo è uno di quei casi in cui non ci si accontenta di una cosa sola, infatti tutti sperano in entrambe le cose: che la pace un giorno verrà firmata, ma anche che questa canzone continuerà ad essere eseguita.

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Jimi Hendrix – Purple Haze

Posted in Blues Rock, Hard Rock, Heavy Metal, Rock, Rock Psichedelico on 13 aprile 2010 by sharkmax88

Si dice che la notte porti consiglio, ed è incredibilmente vero. Perché di notte mentre il nostro corpo si limita a riposarsi, in realtà la mente continua a lavorare, forse anche di più che di giorno: rielabora tutte le informazioni che ha assorbito come una spugna durante il dì, le cataloga, le archivia, ma soprattutto le sminuzza e ne fa dei collage amalgamandoli a vecchi ricordi e sensazioni ammassate in quel vasto magazzino che è l’inconscio, creando quelli che noi definiamo sogni.

Non è chiaro quali ricordi la mente di Jimi Hendrix abbia rielaborato quando gli ha fatto sognare di essere immerso sott’acqua e avvolto da una foschia color porpora che gli faceva perdere l’orientamento fino a quando non arrivò Gesù a salvarlo. Fatto sta che il giorno dopo Hendrix cominciò a scrivere Purple Haze, Jesus Saves poi diventata semplicemente Purple Haze (“stordimento viola”). Molti, tra cui il sottoscritto, sono ancora convinti che questo stordimento non fosse un semplice sogno, come disse Hendrix appunto in un’intervista, ma fosse il risultato della droga presa dal cantante, in particolare LSD (che esiste anche sotto forma di pasticche color porpora). In realtà, da fonti biografiche piuttosto affidabili, sappiamo che Hendrix iniziò a consumare questo allucinogeno solo 6 mesi dopo la data in cui scrisse la canzone, ma questa non è comunque una prova decisiva. D’altronde nessuno poteva controllarlo in ogni momento della sua, seppur breve e fulminante, vita. Altri ancora sostengono, invece, che si trattasse di Marijuana (Haze è il nome di una sua particolare varietà). Fatto sta che le dichiarazioni e le testimonianze rilasciate non sono riuscite a convincere milioni di fan, che, anzi, sono andati ben oltre, conferendole il titolo di “archetipo delle canzoni sulle droghe psichedeliche degli anni sessanta”.

Nel marzo del  2005, la rivista Q ha eletto Purple Haze il “Miglior Brano per Chitarra” di sempre, mentre la rivista Rolling Stone l’ha posizionata al 17° posto della sua celebre classifica delle “500 Migliori Canzoni di Tutti i Tempi”. La canzone è famosissima soprattutto per il suo riff iniziale che è diventato la firma di Hendrix, unanimemente considerato il miglior chitarrista di sempre.

Nel film Risvegli del 1990 un dottore usa questa canzone per risvegliare un paziente in stato catatonico.

Nel 2004 la Pepsi ha realizzato uno spot comparativo, ai danni della Coca Cola, che vede un Jimi Hendrix ancora ragazzino a 11 anni che, indeciso tra due distributori di cola, sceglie quello della Pepsi e, mentre sorseggia la sua bevanda passava davanti ad un negozio di chitarre, probabilmente ispirato dal gusto della bevanda (al posto, questa volta, dell’LSD) e dalla vista di una Fender Telecaster appesa, nella sua testa inizia a delinearsi il riff di Purple Haze (come ho detto prima, il pezzo più celebre del repertorio di Hendrix). Subito dopo si volta e dall’altra parte della strada vede un distributore di Coca Cola di fianco a un negozio di fisarmoniche e immagina le stesse note della canzone, questa volta suonate da una fisarmonica. Beh, bisogna ammetterlo, il risultato è molto meno affascinante. I pubblicitari che l’hanno realizzato volevano dimostrare che la Pepsi è più vicina ai gusti dei giovani, se non addirittura che li anticipa o li ispira, mentre la Coca ha una mentalità più antica, o, per meglio dire, demodè perché magari era adatta ai giovani, però quelli delle generazioni precedenti. Questo spot ha avuto grande successo, soprattutto nelle fila giovanili (che rappresentano il target principale a cui si rivolge questo genere di prodotti), incrementando di gran lunga le vendite proprio perché usava come testimonial un idolo senza tempo, adorato da tutti.

Il verso più celebre della canzone è “Scuse me while I kiss the sky” (“Scusami mentre bacio il cielo”). Quando lo si ascolta, non è così insolito sentire “Scuse me while I kiss the guy”. Il cantante, che era a conoscenza di questo malinteso comune nell’ascolto della canzone, ci scherzava spesso sopra cantando questa seconda versione nei live dei concerti, incluso quello al Monterey Pop Festival del 1967.

«Io non credo in Dio, ma se ci credessi, sarebbe un chitarrista nero e mancino.» Matthew in “The Dreamers – I Sognatori”


David Bowie – Heroes

Posted in Art Rock, Pop Rock, Rock on 13 aprile 2010 by sharkmax88

Berlino è una città meravigliosa. Tutti coloro che l’hanno visitata ne serbano almeno un ricordo, sia esso legato agli imponenti e storici monumenti, oppure semplicemente all’aria che vi si respira, satura di cultura e arte mitteleuropea.

David Bowie, proprio influenzato dall’atmosfera tedesca della capitale, visse in questa città la fase più feconda della sua carriera, registrando alla fine degli anni settanta la cosiddetta “Trilogia berlinese”, composta dagli album “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979) in parte ispirati ai gruppi tedeschi Kraftwerk e Neu!, e al loro stile musicale che era contaminato di rock ed elettronica. Fondamentale, inoltre, l’apporto di Brian Eno, che divenne nei decenni successivi uno dei più importanti produttori musicali della storia.

Proprio la title-track dell’album “Heroes” (uscita anche come singolo) è stata scritta da Bowie e Eno nel 1977 e prodotta da Tony Visconti. Benchè all’epoca non fu un grande successo, la canzone divenne il marchio di fabbrica di Bowie ed è ancora molto utilizzata oggi nel mondo della pubblicità o delle serie TV. Indimenticabile resta, comunque, il film “Christiane F. – Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino”, in cui compare proprio David Bowie e in cui si utilizzano alcune delle sue canzoni come colonna sonora. È la canzone del suo repertorio che ha avuto più cover, dopo “Rebel Rebel”.

Il testo della canzone racconta una storia molto simile al film Christiane F., cioè una parabola d’amore tra due emarginati, due che nella nostra società sono percepiti come sbandati, falliti solo perché hanno dei problemi di dipendenza e noi altri, invece di aiutarli, facciamo prima a etichettarli come esempi negativi, da non seguire e da cui stare alla larga, ingannando la nostra coscienza nel continuare a ripeterci che l’unica cosa da fare è abbandonarli al loro destino, non intervenire, perché noi non abbiamo colpa. In realtà la nostra colpa è ancora più grave della loro, perché noi siamo, a differenza loro, ancora nel pieno delle nostre capacità fisiche e mentali, quindi ancora in grado di intervenire, eppure ce ne freghiamo e non facciamo niente, se non continuare a ripeterci che è giusto così. Tenuti in disparte dal mondo, possono solo provare a vendicarsi e diventare eroi, anche se solo per un giorno (“We can be heroes just for one day”) .

Per come era stata concepita originariamente la canzone, i due protagonisti cercavano di ottenere dei risultati importanti all’interno della loro relazione e basta. In seguito al successo globale, si è verificato, però, uno slittamento di significato che ha abbracciato il sociale e, da un mondo in scala ridotta a due sole persone, si è passati ad intendere il mondo intero, complici, di sicuro, le interpretazioni live di Bowie in occasioni importanti: nel 1985 al Live Aid, con Thomas Dolby alle tastiere; nel 1992 al Freddie Mercury Tribute Concert con i Queen; nel 1996 a The Bridge Benefit Concert; nel 2001 al Concert for the New York City, dopo l’attentato alle Torri Gemelle (dove il termine heroes era rivolto principalmente ai pompieri che avevano sacrificato la loro vita per cercare di salvare quella dei sopravvissuti tra le macerie).

«A volte per aiutare gli altri dobbiamo aiutare noi stessi.» Stevie Ray Vaughan

The Velvet Underground – Sunday Morning

Posted in Dream Pop, Pop Psichedelico, Pop Rock on 9 aprile 2010 by sharkmax88

Il sabato sera è “buona” abitudine di noi giovini uscire per locali a ballare e sballarsi (entro certi limiti, mi raccomando… la mamma). Certo, è d’obbligo anche l’alcool (non troppo, mi raccomando… la nonna), e l’alcool, come dice il saggio Homer Simpson, è “la causa di e la soluzione a tutti i problemi”. Tra questi uno che ci preoccupa di più, col senno di poi, è il conseguente mal di testa del giorno dopo, meglio noto come sindrome dell’Iperacusìa della Domenica Mattina… Di certo non giova l’urlo delle nostre care mamme (per chi è ancora bamboccione come me) a mezzogiorno o, quando ci vengono incontro, alla mezza del “mattino”… Chi non ha mai sognato invece di essere svegliato più dolcemente dalle note di questa magnifica canzone?

Sunday Morning è la traccia d’apertura di The Velvet Underground & Nico, il leggendario album di debutto del gruppo pubblicato nel 1967. Il brano fu prima eseguito live e pubblicato come singolo l’anno precedente, abbinato a Femme Fatale come lato B.  Fu infatti registrato nel Novembre del 1966, presso i Mayfair Studios di New York, su richiesta del produttore Tom Wilson che voleva un’altra canzone da utilizzare come singolo di successo per trainare il futuro album.

A scriverla furono Lou Reed e John Cale (i due fondatori, che poi ebbero grande successo anche nelle loro carriere da solisti). All’inizio nelle prime esecuzioni live del gruppo, la cantante era Nico, ma poi Lou Reed, nonostante la ferma opposizione del manager Paul Morissey (che vedeva nella voce della ragazza un maggiore potenziale commerciale) insistette così tanto che la lasciarono cantare a lui durante la registrazione. Seppur possedendo una voce piuttosto roca e profonda, Reed cercò di ingentilirla il più possibile servendosi anche di strumenti come i riverberi e le sovraincisioni, per non far rimpiangere al pubblico quel cambiamento dell’ultimo momento. E bisogna ammettere che l’effetto finale ha dato ragione a Lou Reed, perché solo grazie ad una voce come la sua si è potuta creare un’atmosfera sonora che spazia tra i due estremi della fiaba e del racconto dell’orrore.

Probabilmente vi starete chiedendo: “Nico, chi era costui? O meglio costei?”. Nico, nome d’arte di Christa Päffgen, nata a Colonia il 16 Ottobre 1938, era una modella piuttosto affermata (apprezzata, tra l’altro, da Coco Chanel) quando iniziò a frequentare verso la fine degli anni ’60 la celebre Factory di Andy Warhol, che la impose ai Velvet Underground. Quello era il suo primo incarico di cantante, ma bisogna ammattere che è stata piuttosto brava. L’unico che non l’ha mai accettata fino in fondo è proprio Reed, che, probabilmente, sentiva la sua presenza come una minaccia per la sua leadership nel gruppo. Quando lasciò il gruppo iniziò una carriera solista che virava verso suoni e atmosfere dark, ma che non gli diede mai più il successo che aveva ottenuto con i Velvet Underground.

A questo album collaborò molto anche l’eclettico Andy Warhol, che, oltre a presentare Nico al gruppo, per l’occasione creò una delle copertine più celebri della storia del rock: vi era disegnata semplicemente una banana gialla su sfondo bianco con la firma dell’artista (per questo ancora oggi è definito l’album della banana). Nella prima edizione, inoltre, si poteva sbucciare e sotto sarebbe emersa una banana rosa shocking (un chiaro riferimento al membro maschile…).Da nessuna parte, inoltre, erano riportati il nome del gruppo e il titolo del disco.

Questo album sembra circondato da un alone mistico, un’aura di fortuna musicale. Come disse una volta, infatti,  Brian Eno, storico compositore e produttore discografico: “Forse solo cento persone comprarono il primo disco dei Velvet Underground, ma ognuno di quei cento è poi diventato un critico musicale o ha formato un gruppo”.

Deep Purple – Smoke On The Water

Posted in Hard Rock, Heavy Metal on 5 aprile 2010 by sharkmax88

Prima lezione del corso di chitarra. Insegnante: “Ok, ragazzi, prendete in mano il vostro strumento, oggi impareremo il riff di Smoke On The Water!”. Alievi: “Ma di già?”; “Ma io non so neanche come si tiene sta cosa…” “Cos’è un riff?” , ecc. Di certo se queste vi sembrano reazioni plausibili, la domanda meno probabile che degli allievi possano fare è “Che canzone è? Non l’ho mai sentita…” (se lo fanno, mi rivolgo a voi insegnanti, cacciateli subito dal corso e, se ne avete il potere, radiateli anche da tutti gli albi dei chitarristi del mondo, almeno finché non si saranno fatti una cultura…). Perché, come diceva John Goodman a Jeff Bridges in “Il Grande Lebowski”: la sua bellezza è la sua semplicità. Questo riff (ah, per l’allievo di prima, un riff è una frase musicale che si ripete frequentemente all’interno di una composizione e funge da accompagnamento) è allo stesso momento uno dei più facili da suonare (si compone di quattro note in scala blues) e uno dei più leggendari della storia del rock.

Smoke on the Water uscì come traccia dell’album Machine Head nel 1972, e fu pubblicato come singolo solo l’anno successivo (il gruppo non si aspettava che la canzone si rivelasse un successo). Invece divenne probabilmente il loro più grande successo, che i Deep Purple sono contenti di usare come cavallo di battaglia nei loro concerti. Se già la struttura della canzone nella versione in studio è stata creata in modo che le strofe costruiscano una “tensione musicale” che poi viene scaricata tutta nel ritornello, la versione live ai loro concerti viene arricchita da una parte centrale dominata dalla chitarra di Ritchie Blackmore e dall’organo Hammond di Jon Lord, diventando uno dei momenti più emozionanti delle loro performance.

Il testo racconta in modo fedele e veritiero un fatto di cronaca realmente accaduto in data 4 Dicembre 1971 a Montreux, in Svizzera. I Deep Purple erano lì perché stavano per iniziare le registrazioni del loro album Machine Head in uno studio mobile affittato dagli Stones e dislocato nel complesso del casinò (citato nella canzone come the gambling house, letteralmente la casa delle scommesse). Il giorno prima delle registrazioni si tenne un concerto di Frank Zappa & the Mothers of Invention, durante il quale uno spettatore esaltato sparò un razzo segnaletico incendiando il casinò (“qualche stupido con una pistola lanciarazzi ridusse quel posto in cenere” dice la canzone). Dal loro hotel il nostro gruppo vide dunque: “Smoke on the water, fire in the sky (“Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo”), benché in realtà quest’espressione sia attribuita al bassista Roger Glover che partorì questo titolo geniale risvegliandosi qualche giorno dopo da un incubo in cui aveva rivissuto l’accaduto.

E ora alcune curiosità: Il nome “funky Claude” si riferisce a Claude Nobs, il direttore del Montreux Jazz Festival, che aiutò alcune persone a fuggire dall’incendio; il 3 Giugno del 2007 ben 1721 chitarristi si sono ritrovati a Kansas City per suonare contemporaneamente Smoke On The Water , battendo così il record mondiale della canzone suonata da più persone simultaneamente; nell’episodio 13×16 dei Simpson, intitolato “L’Erba di Homer”, quest’ultimo prende, su consiglio del Dr. Hibbert, della marijuana per scopi curativi e si mette a cantare a squarciagola Smoke On The Water

The Who – My Generation

Posted in Hard Rock, Proto-Punk, Rock on 3 aprile 2010 by sharkmax88

Un inno generazionale che più generazionale non si può. Questo brano è entrato nella storia per vari motivi: per il fatto che contiene uno dei più citati versi della storia del rock (“I hope I die before I get old” cioè: “Spero di morire prima di invecchiare”); per la musica aggressiva e selvaggia, che comprende tra l’altro uno dei primi assoli di basso della storia eseguito da John Entwistle, bassista del gruppo, che si è distinto per la sua difficoltà nell’esecuzione e al quale si sono ispirati molti bassisti dei decenni successivi; e per i risvolti sociali (divenne l’inno del movimento dei cosiddetti Mods e, più in generale, di tutti i giovani inglesi arrabbiati perché convinti che gli adulti non potessero capire per il solo fatto di essere adulti).

I Mods, abbreviazione di Modernism, sono un movimento subculturale giovanile che nacque a Londra alla fine degli anni ’50 e si sviluppò soprattutto nel decennio successivo nel sud dell’Inghilterra, ma che esiste ancora oggi. Magari li conoscete perché avete visto in giro il loro logo: il simbolo della Royal Air Force (l’aeronautica militare britannica). Ciò che li caratterizza fin da subito è una spiccata predisposizione verso tutto ciò che è nuovo ed insolito (“moving and learning” recitava uno dei motti dei mod), la cura maniacale del proprio look e la musica. Dal punto di vista della moda, mostrano dei tagli di capelli “new french line” che si sposano col look “sharp” di giacche “tonic” a tre o quattro bottoni e pantaloni stretti (storicamente modello sta-prest) che terminano mai a più di due centimetri dalla scarpa. Dal punto di vista della musica, il termine era stato coniato inizialmente per definire i fans del “modern jazz” (in particolare Thelonius Monk e John Coltrane), ma poi si divise in due rami principali: il primo riguarda la musica nera statunitense degli anni ‘60, il secondo, invece, fa riferimento al fenomeno della cosiddetta British Invasion sempre degli anni ’60, della quale hanno fatto parte gruppi come The Kinks, The Byrds e soprattutto The Who. I mod sono soliti ritrovarsi nei club notturni per ballare e mettere in mostra i loro abiti. Usano come mezzo di trasporto scooters tipicamente italiani come la Lambretta o la Vespa che adornano con molte luci e specchietti supplementari per richiamare l’attenzione.

Proprio quest’ultimo punto risulta fondamentale per la comprensione del significato generale del brano e di quello personale per quanto riguarda lo stesso Townshend: egli non solo vi ha incanalato la rabbia giovanile contro la società, ma anche il suo vuoto interiore, quella confusione che lo attanagliava e non gli permetteva di vedere chiaramente la sua direzione, il suo ruolo all’interno della società stessa. Dichiarò infatti che in quel periodo si sentiva smarrito, senza una guida: gli Who all’epoca erano un gruppo giovane e nessuno, a partire da loro stessi, avrebbe scommesso che sarebbero durati e sarebbero diventati “vecchi”, raggiungendo un tale successo di pubblico e di critica.

La leggenda narra che l’ispirazione per la canzone venne dall’“alto”, cioè dalla Regina Madre che, mentre faceva il suo abituale giro in città, infastidita dalla vista dell’auto di Townshend parcheggiata nel quartiere di Belgravia, la fece rimuovere dal carro attrezzi. La realtà afferma invece che le vere influenze musicali di questa canzone arrivarono da due grandi bluesman, Mose Allison (in particolare dalla sua Young Man Blues) e John Lee Hooker (in particolare dalla sua Stuttering Blues).

«Meglio bruciare in una fiammata, piuttosto che spegnersi lentamente.» Kurt Cobain

Led Zeppelin – Stairway To Heaven

Posted in Hard Rock, Rock, Rock Progressivo on 2 aprile 2010 by sharkmax88

Signore e signori, la canzone delle canzoni! C’è poco da fare, è inutile stilare classifiche o rispolverare interi repertori alla ricerca di gemme preziose e altre rarità; quando si tratta di eleggere la regina delle canzoni nella storia della musica rock, il primo nome che viene in mente non può che essere questo.

Ma passiamo ad analizzare le anomalie: pur essendo la rock song più celebre di tutti i tempi e una delle più richieste (fu pubblicata, infatti, all’interno del quarto album del gruppo: Led Zeppelin IV, 1971) dalle radio FM negli USA, non è mai uscita come singolo; è la canzone più atipica del repertorio dei Led Zep, trattandosi dell’unica ballata pura della band (per questo motivo l’accoglienza ai primi concerti era stata molto fredda, soprattutto la prima volta che fu eseguita, il 05/03/1971 a Belfast); questo divenne anche uno dei più grandi successi commerciali, facendo superare al gruppo il traguardo dei 300 milioni di dischi venduti, e vendendo 1.200.000 spartiti da sola.

Il primo riferimento conosciuto di una “scalinata verso il paradiso” si trova nella Bibbia, nel libro della Genesi 28:12, quando in sogno a Giacobbe vengono ribadite le promesse fatte ad Abramo. Ma Robert Plant la scrisse dopo aver letto Magic Arts in Celtic Britain di Lewis Spence, un esperto di occulto scozzese, che poco ha a che fare con la religione cristiana. L’interesse di Plant nei confronti della magia e l’adorazione di Page per Aleister Crowley, padre del satanismo, contribuirono a diffondere la teoria che una strofa della canzone ascoltata al contrario contenesse un inno a Satana, ipotesi da sempre smentita dagli Zeppelin.

“ …If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now it’s just a spring clean for the May Queen. Yes, there are two paths you can go by, but in the long run there still time to change the road you’re on…”  ( “…Se c’è trambusto nella tua siepe, non ti allarmare ora, è solo la pulizia di primavera in onore della Regina di Maggio. Sì, ci sono due sentieri che puoi percorrere, ma a lungo andare c’è sempre tempo per cambiare la strada sulla quale sei…”) ascoltato al contrario diventerebbe: “Oh here’s to my sweet Satan. The one whose little path will make me sad, whose power is Satan. He’ll kill you with his 666. And in a little toolshed he’ll make us suffer, sad Satan.” (“Oh questo è per il mio dolce Satana, colui il cui piccolo sentiero mi renderà triste, con il suo potere è Satana. Lui ti ucciderà con il suo 666 e in un capanno degli attrezzi ci farà soffrire, triste Satana.”). A suggerire il doppio significato di queste frasi sarebbe il verso: “’Cause you know sometimes words have two meanings” (“Perché sai a volte le parole hanno due significati”).

La prima volta che Page ascoltò queste teorie fu alla radio una domenica mattina, e non riusciva a crederci. Affermò infatti: “Per me è veramente triste, perché Stairway to Heaven fu scritta con le migliori intenzioni, e per quanto riguarda messaggi registrati al contrario, non è la mia idea di fare musica.” Forse la tecnica del backmasking (così è chiamata la pratica di incidere versi che se ascoltati normalmente hanno un significato, se ascoltati al contrario ne hanno un altro nascosto, subliminale…) è, in questo caso, uno dei numerosi casi di pareidolia acustica (dal greco “immagine simile”: è l’illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili dalla forma casuale) della storia del rock e dell’heavy metal. O forse no… di certo il fatto che Plant abbia dichiarato di averla scritta davanti al camino della villa di Headly Grange, senza elettricità (insomma, in un luogo molto “suggestivo”) e avendo l’impressione che qualcuno stesse muovendo la matita al posto suo, non aiuta…

«Io non uso mai la tecnica di studio, io la fondo solamente nelle emozioni.» Jimmy Page