Archive for the Blues Rock Category

Jimi Hendrix – Purple Haze

Posted in Blues Rock, Hard Rock, Heavy Metal, Rock, Rock Psichedelico on 13 aprile 2010 by sharkmax88

Si dice che la notte porti consiglio, ed è incredibilmente vero. Perché di notte mentre il nostro corpo si limita a riposarsi, in realtà la mente continua a lavorare, forse anche di più che di giorno: rielabora tutte le informazioni che ha assorbito come una spugna durante il dì, le cataloga, le archivia, ma soprattutto le sminuzza e ne fa dei collage amalgamandoli a vecchi ricordi e sensazioni ammassate in quel vasto magazzino che è l’inconscio, creando quelli che noi definiamo sogni.

Non è chiaro quali ricordi la mente di Jimi Hendrix abbia rielaborato quando gli ha fatto sognare di essere immerso sott’acqua e avvolto da una foschia color porpora che gli faceva perdere l’orientamento fino a quando non arrivò Gesù a salvarlo. Fatto sta che il giorno dopo Hendrix cominciò a scrivere Purple Haze, Jesus Saves poi diventata semplicemente Purple Haze (“stordimento viola”). Molti, tra cui il sottoscritto, sono ancora convinti che questo stordimento non fosse un semplice sogno, come disse Hendrix appunto in un’intervista, ma fosse il risultato della droga presa dal cantante, in particolare LSD (che esiste anche sotto forma di pasticche color porpora). In realtà, da fonti biografiche piuttosto affidabili, sappiamo che Hendrix iniziò a consumare questo allucinogeno solo 6 mesi dopo la data in cui scrisse la canzone, ma questa non è comunque una prova decisiva. D’altronde nessuno poteva controllarlo in ogni momento della sua, seppur breve e fulminante, vita. Altri ancora sostengono, invece, che si trattasse di Marijuana (Haze è il nome di una sua particolare varietà). Fatto sta che le dichiarazioni e le testimonianze rilasciate non sono riuscite a convincere milioni di fan, che, anzi, sono andati ben oltre, conferendole il titolo di “archetipo delle canzoni sulle droghe psichedeliche degli anni sessanta”.

Nel marzo del  2005, la rivista Q ha eletto Purple Haze il “Miglior Brano per Chitarra” di sempre, mentre la rivista Rolling Stone l’ha posizionata al 17° posto della sua celebre classifica delle “500 Migliori Canzoni di Tutti i Tempi”. La canzone è famosissima soprattutto per il suo riff iniziale che è diventato la firma di Hendrix, unanimemente considerato il miglior chitarrista di sempre.

Nel film Risvegli del 1990 un dottore usa questa canzone per risvegliare un paziente in stato catatonico.

Nel 2004 la Pepsi ha realizzato uno spot comparativo, ai danni della Coca Cola, che vede un Jimi Hendrix ancora ragazzino a 11 anni che, indeciso tra due distributori di cola, sceglie quello della Pepsi e, mentre sorseggia la sua bevanda passava davanti ad un negozio di chitarre, probabilmente ispirato dal gusto della bevanda (al posto, questa volta, dell’LSD) e dalla vista di una Fender Telecaster appesa, nella sua testa inizia a delinearsi il riff di Purple Haze (come ho detto prima, il pezzo più celebre del repertorio di Hendrix). Subito dopo si volta e dall’altra parte della strada vede un distributore di Coca Cola di fianco a un negozio di fisarmoniche e immagina le stesse note della canzone, questa volta suonate da una fisarmonica. Beh, bisogna ammetterlo, il risultato è molto meno affascinante. I pubblicitari che l’hanno realizzato volevano dimostrare che la Pepsi è più vicina ai gusti dei giovani, se non addirittura che li anticipa o li ispira, mentre la Coca ha una mentalità più antica, o, per meglio dire, demodè perché magari era adatta ai giovani, però quelli delle generazioni precedenti. Questo spot ha avuto grande successo, soprattutto nelle fila giovanili (che rappresentano il target principale a cui si rivolge questo genere di prodotti), incrementando di gran lunga le vendite proprio perché usava come testimonial un idolo senza tempo, adorato da tutti.

Il verso più celebre della canzone è “Scuse me while I kiss the sky” (“Scusami mentre bacio il cielo”). Quando lo si ascolta, non è così insolito sentire “Scuse me while I kiss the guy”. Il cantante, che era a conoscenza di questo malinteso comune nell’ascolto della canzone, ci scherzava spesso sopra cantando questa seconda versione nei live dei concerti, incluso quello al Monterey Pop Festival del 1967.

«Io non credo in Dio, ma se ci credessi, sarebbe un chitarrista nero e mancino.» Matthew in “The Dreamers – I Sognatori”


The Rolling Stones – Sympathy For The Devil

Posted in Blues Rock, Rock on 26 marzo 2010 by sharkmax88

Se nel precedente brano ho accennato ai “velati” riferimenti satanici degli Eagles, questa canzone li dichiara già dal titolo, senza lasciar dubbi. In origine era tutta un’altra canzone: era nata come una folk song che raccontava la storia del lato oscuro di un uomo (si intitolava The Devil Is My Name), divenne, grazie al suggerimento di Keith Richards di cambiare ritmo, un vero e proprio samba che celebra il demonio.

L’incipit della canzone, dove il Diavolo si presenta in prima persona (se così si può dire…), è praticamente copiato da un capolavoro della letteratura russa del Novecento, scritto dalla penna di Mikhail Bulgakov: Il Maestro e Margherita (nel libro è: “‘Please excuse me,’ he said, speaking correctly, but with a foreign accent, ‘for presuming to speak to you without an introduction.‘” tradotto come “Per favore mi scusi, disse parlando correttamente ma con un accento straniero, se mi permetto di parlarle senza una presentazione”; nel brano: “Please allow me to introduce myself – I’m a man of wealth and taste” tradotto come “Per favore mi permetta di presentarmi – Sono un uomo facoltoso e di classe”). Mick Jagger ricevette questo libro come regalo da Marianne Faithfull, che fa anche da seconda voce nella canzone, insieme ad Anita Pallenberg. In effetti il libro è stata una delle fonti d’ispirazione di tutto il testo, insieme alle poesie di Baudelaire, la Bibbia e i libri di Storia.

Sì perché nel testo vengono citati episodi storici molto celebri in cui il Diavolo ci avrebbe messo lo zampino: la Guerra dei Cent’anni (“I watched with glee while you Kings and Queens fought for ten decades for the Gods they made”, in italiano: “Guardavo con gioia mentre voi Re e Regine combattevate per dieci decenni per gli Dei che avete creato“); la Rivoluzione d’Ottobre (“I stuck around St. Petersburg when I saw it was a time for a change, killed the czar and his ministers”, in italiano: “Vagavo per San Pietroburgo quando vidi che era tempo di cambiare, uccisi lo zar e i suoi ministri”); la seconda guerra mondiale (“I rode a tank, held a general’s rank while the blitzkrieg raged, and the bodies stank”, in italiano: “Guidavo un carro armato, avevo il grado di generale mentre la guerra-lampo infuriava, e i cadaveri si decomponevano”); e gli assassini dei Kennedy (“I shouted out “Who killed the Kennedys?” when after all it was you and me”, in italiano: “Ho urlato “Chi uccise i Kennedy?” quando dopo tutto siamo stati tu ed io”).

Questa è la prima traccia dell’album Beggars Banquet del 1968. Già nei lavori precedenti gli Stones erano stati accusati di usare espliciti riferimenti sessuali (ad esempio Let’s Spend The Night Together) e di aver aderito al Satanismo (l’album precedente si intitolava Their Satanic Majesties Request) dai fondamentalisti cristiani, che portavano avanti una crociata non solo contro i Rolling Stones, ma anche contro tutti i musicisti rock, additandoli come cattivi esempi per i giovani che li ascoltavano. Ma quello che Jagger, Richards & Co. volevano dire era in realtà che il diavolo è l’uomo stesso e tutti gli episodi più incresciosi nella storia del mondo occidentale sono da imputare esclusivamente al genere umano e alla sua immoralità, senza bisogno di scomodare entità soprannaturali.

Eric Clapton – Layla

Posted in Blues Rock, Rock on 18 marzo 2010 by sharkmax88

Il nono comandamento della religione cristiana recita: “Non desiderare la donna d’altri”. Ma nel rock, si sa, le regole son fatte per essere infrante, o, per dirla con una citazione di Jim Morrison:

«La mia vita inizia con un divieto: Vietato Vietare»

Questo è ciò che successe a Eric Clapton, grande amico di George Harrison e, ancor di più, innamorato pazzo di sua moglie Pattie Boyd. Eric e George si erano già incontrati professionalmente per alcune collaborazioni musicali: Clapton lavorò alla chitarra di While My Guitar Gently Weeps, canzone di Harrison pubblicata nel White Album dei Beatles (senza esser accreditato) mentre Harrison suonò la chitarra in Badge, dall’album Goodbye dei Cream (gruppo fondato da Clapton el 1966 insieme a Ginger Baker e Jack Bruce), utilizzando lo pseudonimo “L’Angelo Misterioso”.

Lacerato nell’animo, perché diviso tra l’amore folle e l’amicizia, trovò l’ispirazione in una storia che gli fu suggerita dall’amico scrittore Ian Dallas, prima di convertirsi all’islamismo: la storia di Leylā e Majnūn. In questo romanzo in versi del poeta persiano Nezāmī, Leylā è una principessa costretta da suo padre a sposare un uomo diverso da quello di cui si è perdutamente innamorata, provocando la pazzia di quest’ultimo (majnūn in persiano vuole appunto dire pazzo). Clapton ne rimase molto colpito e scrisse di getto Layla.

Clapton incise Layla con i Derek & The Dominos (un supergruppo composto da Bobby Whitlock alla tastiera, James Beck “Jim” Gordon alla batteria, Carl Radle al basso e infine un chitarrista guest d’eccezione: Duane Allman degli Allman Brothers Band, il secondo miglior chitarrista mai esistito, superato soltanto da Jimi Hendrix, secondo l’autorevole rivista Rolling Stone), uno dei tanti gruppi che cambiò nel corso della sua carriera, alternandoli a periodi da solista. La canzone fu pubblicata nell’album “Layla and Other Assorted Love Songs” del 1970 e rappresenta l’apice della carriera di Clapton.

La canzone all’inizio non ottenne un grande successo, solo in seguito divenne una delle love song più belle e drammatiche, ma anche famose, di tutti i tempi. E c’è da aggiungere che era così magica che “funzionò”: infatti Pattie nel 1977 divorziò da Harrison e nel 1979 si risposò proprio col romantico Clapton, che gliel’aveva di fatto dedicata. Quella che funzionò un po’ meno fu la loro tanto sospirata relazione: dopo qualche anno si separarono e nel 1989 divorziarono definitivamente. La morale? La musica non sempre fa miracoli…

«Una persona non diventa Eric Clapton solo perché ha una chitarra Les Paul. Non funziona così…» Roger Waters

»

The Beatles – While My Guitar Gently Weeps

Posted in Blues Rock, Rock on 14 marzo 2010 by sharkmax88

Prima o poi capita a tutti noi occidentali di rimanere affascinati dall’Oriente e le sue tradizioni, la sua filosofia di vita (“tutto è relativo al resto”), dato che da noi in Occidente vale esattamente l’opposto (“tutto è solo una coincidenza”). A George Harrison capitò nel lontano 1968, quando si trovava a casa dei suoi genitori, nel Lancashire.

George stava leggendo l’I Ching, considerato da Confucio il libro della saggezza, e ne rimase talmente folgorato dai nuovi insegnamenti ricevuti, così diversi da quelli che aveva appreso fino ad allora, che decise di metterli in pratica fin da subito: prese così un libro a caso dalla libreria dei suoi, lo aprì e lesse una frase. Quella frase, come si era promesso, divenne il titolo della sua prossima composizione: gently weeps (piange dolcemente).

Come spesso accade ai geni, scrisse la prima stesura di getto, per poi rimaneggiarla più volte nelle settimane successive, in modo da darle la forma migliore possibile, con l’intento di presentarla agli altri Beatles, sicuro del successo della proposta. Invece quel che ottenne fu disinteresse generale. Riuscì, a forza di insistere, a ottenere una registrazione in cui lui suonava la chitarra e McCartney l’organo (una versione demo di questa si può ascoltare in “The Beatles Anthology 3”). Ma il progetto non piaceva e fu accantonato. Gli mancava ancora qualcosa, o meglio qualcuno.

Questo qualcuno aveva il nome di Eric Clapton, grande amico di Harrison (almeno fino a quando il primo non si innamorò della moglie del secondo, ma questa è un’altra storia…). George lo portò in studio di registrazione e lo presentò al resto del gruppo. Eric era però dubbioso, perché stava per violare una regola sacra dello statuto beatlesiano: “Solo un membro dei Beatles può suonare in un disco dei Beatles”. La questione fu presto risolta: non lo accreditarono. Comunque il suo intervento fu davvero provvidenziale per il clima di tensione che si era creato in quel periodo, a causa di interminabili discussioni durante la registrazione di “The White Album”, e ogni dubbio sparisce ascoltando il risultato ottenuto: appena il Re Mida del rock mise le mani sul pezzo, anche quelli che in genere erano gli ossi più duri da convincere, Lennon e McCartney, si resero conto del capolavoro che avevano di fronte.

Muddy Waters – Rollin’ Stone

Posted in Blues Rock, Rock on 12 marzo 2010 by sharkmax88

Vi starete chiedendo perché inizio un blog sul rock con questa canzone, dato che appartiene prevalentemente al genere blues. Beh, è presto detto. In realtà questo post d’apertura è più che altro un omaggio ad un uomo che ha influenzato in maniera incredibile tutti i musicisti venuti dopo di lui, sia del genere blues, sia del rock’n’roll.

Muddy Waters (al secolo McKinley Morganfield, 1913-1983) è unanimemente considerato il padre del blues di Chicago degli anni ‘50, colui che ha introdotto gli strumenti  elettrici nel blues. Il nome con cui è globalmente noto è uno scherzoso soprannome (significa letteralmente “Acque Fangose”) affibbiatogli sin da bambino per la sua mania di sguazzare nel fango in riva al Mississippi dalla nonna che, dopo la morte della madre quando questi era ancora bambino, si prese cura di lui. Da grande, trasferitosi a Chicago, decise di tenerlo, per ricordare le sue origini presso il Delta del Mississippi.

La sua importanza nel mondo del blues prima, e del rock dopo, è davvero incalcolabile: è da una sua canzone, You Need Love, che i Led Zeppelin crearono il loro classico Whole Lotta Love; fu lui a procurare a Chuck Berry il suo primo contratto; influenzò insospettabilmente anche artisti heavy metal, come Angus Young degli AC/DC. Quando morì, Eric Clapton rilasciò un’intervista parlando di lui come un padre; B. B. King dichiarò a Guitar World: “Dovranno passare anni e anni prima che la maggior parte della gente realizzi quanto è stato grandioso per la storia della musica americana”.

Questa canzone (del 1950) ha influenzato Bob Dylan nella scrittura di Like A Rolling Stone e Jimi Hendrix nella composizione di Voodoo Chile, ha dato il nome alla band di Mick Jagger e Keith Richards e alla più autorevole rivista musicale al mondo, che ha ricambiato inserendo la canzone al 459° nella classifica delle 500 migliori canzoni di sempre, e l’artista al 17° posto nella classifica dei 100 migliori cantanti di sempre.

«Il blues è semplice da suonare, ma non da percepire.» Jimi Hendrix