Archive for the Pop Psichedelico Category

The Velvet Underground – Sunday Morning

Posted in Dream Pop, Pop Psichedelico, Pop Rock on 9 aprile 2010 by sharkmax88

Il sabato sera è “buona” abitudine di noi giovini uscire per locali a ballare e sballarsi (entro certi limiti, mi raccomando… la mamma). Certo, è d’obbligo anche l’alcool (non troppo, mi raccomando… la nonna), e l’alcool, come dice il saggio Homer Simpson, è “la causa di e la soluzione a tutti i problemi”. Tra questi uno che ci preoccupa di più, col senno di poi, è il conseguente mal di testa del giorno dopo, meglio noto come sindrome dell’Iperacusìa della Domenica Mattina… Di certo non giova l’urlo delle nostre care mamme (per chi è ancora bamboccione come me) a mezzogiorno o, quando ci vengono incontro, alla mezza del “mattino”… Chi non ha mai sognato invece di essere svegliato più dolcemente dalle note di questa magnifica canzone?

Sunday Morning è la traccia d’apertura di The Velvet Underground & Nico, il leggendario album di debutto del gruppo pubblicato nel 1967. Il brano fu prima eseguito live e pubblicato come singolo l’anno precedente, abbinato a Femme Fatale come lato B.  Fu infatti registrato nel Novembre del 1966, presso i Mayfair Studios di New York, su richiesta del produttore Tom Wilson che voleva un’altra canzone da utilizzare come singolo di successo per trainare il futuro album.

A scriverla furono Lou Reed e John Cale (i due fondatori, che poi ebbero grande successo anche nelle loro carriere da solisti). All’inizio nelle prime esecuzioni live del gruppo, la cantante era Nico, ma poi Lou Reed, nonostante la ferma opposizione del manager Paul Morissey (che vedeva nella voce della ragazza un maggiore potenziale commerciale) insistette così tanto che la lasciarono cantare a lui durante la registrazione. Seppur possedendo una voce piuttosto roca e profonda, Reed cercò di ingentilirla il più possibile servendosi anche di strumenti come i riverberi e le sovraincisioni, per non far rimpiangere al pubblico quel cambiamento dell’ultimo momento. E bisogna ammettere che l’effetto finale ha dato ragione a Lou Reed, perché solo grazie ad una voce come la sua si è potuta creare un’atmosfera sonora che spazia tra i due estremi della fiaba e del racconto dell’orrore.

Probabilmente vi starete chiedendo: “Nico, chi era costui? O meglio costei?”. Nico, nome d’arte di Christa Päffgen, nata a Colonia il 16 Ottobre 1938, era una modella piuttosto affermata (apprezzata, tra l’altro, da Coco Chanel) quando iniziò a frequentare verso la fine degli anni ’60 la celebre Factory di Andy Warhol, che la impose ai Velvet Underground. Quello era il suo primo incarico di cantante, ma bisogna ammattere che è stata piuttosto brava. L’unico che non l’ha mai accettata fino in fondo è proprio Reed, che, probabilmente, sentiva la sua presenza come una minaccia per la sua leadership nel gruppo. Quando lasciò il gruppo iniziò una carriera solista che virava verso suoni e atmosfere dark, ma che non gli diede mai più il successo che aveva ottenuto con i Velvet Underground.

A questo album collaborò molto anche l’eclettico Andy Warhol, che, oltre a presentare Nico al gruppo, per l’occasione creò una delle copertine più celebri della storia del rock: vi era disegnata semplicemente una banana gialla su sfondo bianco con la firma dell’artista (per questo ancora oggi è definito l’album della banana). Nella prima edizione, inoltre, si poteva sbucciare e sotto sarebbe emersa una banana rosa shocking (un chiaro riferimento al membro maschile…).Da nessuna parte, inoltre, erano riportati il nome del gruppo e il titolo del disco.

Questo album sembra circondato da un alone mistico, un’aura di fortuna musicale. Come disse una volta, infatti,  Brian Eno, storico compositore e produttore discografico: “Forse solo cento persone comprarono il primo disco dei Velvet Underground, ma ognuno di quei cento è poi diventato un critico musicale o ha formato un gruppo”.

The Beach Boys – Good Vibrations

Posted in Pop Psichedelico, Rock on 20 marzo 2010 by sharkmax88

Sapete quelle parole che vi colpiscono da bambini, ma di cui non capite il significato finché non siete cresciuti (…e talvolta neanche da grandi)? Per Brian Wilson la parola in questione era vibrazioni. Sua madre gliene parlava, dicendogli che erano nell’aria, invisibili e impercettibili per i nostri sensi, e si dividevano in buone e cattive. Queste ultime, in particolare, potevano anche sfuggire a noi esseri umani, ma di certo gli animali, come per esempio i cani, le sentivano e si mettevano ad abbaiare verso chi le emetteva.

Brian Wilson era forse il più introverso e geniale dei Beach Boys e, per questa ragione, alla vita caotica e frenetica dei tour, preferiva una vita rilassata e riflessiva, passata in luoghi calmi e tranquilli come la sua camera da letto e la spiaggia, posti in cui dava libero sfogo al suo talento artistico. È così che nacque, nel 1966, quella che per la rivista Rolling Stone è la sesta più grande canzone di tutti i tempi.

A Mike Love si deve l’intuizione di aver aggiungere l’aggettivo good, per “tranquillizzare” i fan. Pubblicata come singolo il 10 ottobre 1966 (insieme a Let’s Go Away For Awhile, come B-side), fu rilasciata 11 mesi dopo all’interno dell’album Smiley Smile (qui a fianco la copertina del vinile rilasciato nel 2004 per l’uscita, dopo “soli” 37 anni dall’ideazione, del concept album Smile nel quale doveva essere originariamente inclusa).

La registrazione del brano, che include l’uso di un theremin (il più antico strumento musicale elettronico), è stata molto travagliata e costosa per l’epoca: furono spesi ben 50˙000 dollari, e la durata complessiva del nastro impiegato supera le 90 ore. Ciò è dovuto al fatto che la canzone fu registrata in sei diversi studi di Los Angeles, producendo sei diversi frammenti. Quattro di questi furono poi “incollati” assieme grazie ad un procedimento molto innovativo per quegli anni (e che piacque molto anche ai Beatles, che lo utilizzarono, in seguito, per incidere Strawberry Fields Forever e A Day In The Life) che consisteva nel registrare e ri-registrare determinate sezioni musicali e vocali scorrelate, per poi eventualmente modificarle e mixarle nel risultato finale, ottenendo, in questo caso, una “sinfonia tascabile”, come la definì lo stesso Wilson, di soli 3:39.