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U2 – Sunday Bloody Sunday

Posted in Pop Rock, Post Punk, Rock on 17 aprile 2010 by sharkmax88

Ci sono giornate belle e giornate più brutte. E non sto parlando del tempo. Intendo giorni in cui il progresso globale fa un passo in avanti, altri in cui ne fa uno indietro. E poi ci sono giornate che si possono paragonare a dei lunghissimi balzi, e purtroppo la maggior parte di questi avviene all’indietro, verso il regresso

Gli U2 sono uno dei gruppi musicali più impegnati nel sociale, e questo lo si deve al suo immenso e generoso leader, il mitico Bono Vox (all’anagrafe Paul David Hewson). E fin qui nulla di nuovo. Eppure questo gruppo è così famoso che spesso associamo mentalmente un evento storico con una loro canzone, come fosse sufficiente questa a raccontarcelo esaurientemente e in un modo più neutrale e allo stesso tempo commovente di qualsiasi pagina dei libri di storia. Così se all’elezione di Mr. Barack Obama il mondo ha esultato sulle parole e sulle note di “It’s A Beautiful Day”, nel ricordare, purtroppo, la data del 30 Gennaio 1972, non può non venirci in mente che quella giornata è passata alla storia come “(Sunday) Bloody Sunday”.

Quel giorno, nella città di Derry, nell’Irlanda del Nord, l’esercito del Regno Unito aprì il fuoco sui partecipanti ad una manifestazione. E ben quattordici persone, che erano tutte dei semplici civili disarmati che manifestavano nel pieno diritto di farlo, vennero uccise. È inutile commentare oltre il gesto, perché sarebbe inevitabile il passaggio ad un linguaggio volgare, sudicio, scorretto, paragonabile solo a quegli spregevoli assassini in divisa che si credono liberi di usare le armi che portano quando vogliono e contro chi vogliono. Basti dire che è stato quell’episodio a scatenare la rivolta nazionalista contro il governo di Londra.

All’epoca dei fatti il frontman degli U2 avesse solo 11 anni, ma quando scrisse la canzone dieci anni dopo, il suo ricordo di quella terribile giornata era ancora vivo. Nonostante nelle sue vene scorra sangue irlandese, spesso generalizzato come più burrascoso e più propenso alla violenza, Bono ha saputo affrontare questo trauma infantile, in comune con molte altre migliaia di persone, con la testa, in modo maturo e razionale. Questa canzone, di cui lui stesso ha scritto il testo (come nella quasi totalità dei pezzi del gruppo) e gli altri della band la musica, difatti non è una canzone di ribellione (“But I won’t heed the battle call” tradotto come: “Ma non darò retta alla chiamata della battaglia”), genere piuttosto tipico per il repertorio di musica irlandese, bensì una reazione di incredulità (“I can’t believe the news today” cioè “Non riesco a credere alla notizia di oggi”) e scandalizzata di un ragazzo che, cresciuto in un ambiente profondamente religioso (la madre era protestante, il padre cattolico), non può credere a quello che vedono i suoi occhi: dei fratelli cristiani che invece di riunirsi a pregare e fare del bene, seguendo le indicazioni che Cristo ha lasciato circa due millenni prima, provano reciprocamente un odio profondo e praticano una sviscerata violenza che li divide sempre più (“The real battle just begun, to claim the victory Jesus won” ovvero: “La vera battaglia è appena iniziata, per reclamare la vittoria che Gesù (già) ottenne”).

Bono non si capacita e si chiede continuamente nel ritornello: “How long, how long must we sing this song?” (“Per quanto tempo, per quanto tempo dobbiamo cantare questa canzone?”). Sembra quasi voler dire: continueremo a cantare questa canzone finché non ci sarà pace tra Irlanda del Nord e Irlanda del Sud, tra Protestanti e Cattolici. Eppure questo è uno di quei casi in cui non ci si accontenta di una cosa sola, infatti tutti sperano in entrambe le cose: che la pace un giorno verrà firmata, ma anche che questa canzone continuerà ad essere eseguita.

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