Archive for the Rock Progressivo Category

Led Zeppelin – Stairway To Heaven

Posted in Hard Rock, Rock, Rock Progressivo on 2 aprile 2010 by sharkmax88

Signore e signori, la canzone delle canzoni! C’è poco da fare, è inutile stilare classifiche o rispolverare interi repertori alla ricerca di gemme preziose e altre rarità; quando si tratta di eleggere la regina delle canzoni nella storia della musica rock, il primo nome che viene in mente non può che essere questo.

Ma passiamo ad analizzare le anomalie: pur essendo la rock song più celebre di tutti i tempi e una delle più richieste (fu pubblicata, infatti, all’interno del quarto album del gruppo: Led Zeppelin IV, 1971) dalle radio FM negli USA, non è mai uscita come singolo; è la canzone più atipica del repertorio dei Led Zep, trattandosi dell’unica ballata pura della band (per questo motivo l’accoglienza ai primi concerti era stata molto fredda, soprattutto la prima volta che fu eseguita, il 05/03/1971 a Belfast); questo divenne anche uno dei più grandi successi commerciali, facendo superare al gruppo il traguardo dei 300 milioni di dischi venduti, e vendendo 1.200.000 spartiti da sola.

Il primo riferimento conosciuto di una “scalinata verso il paradiso” si trova nella Bibbia, nel libro della Genesi 28:12, quando in sogno a Giacobbe vengono ribadite le promesse fatte ad Abramo. Ma Robert Plant la scrisse dopo aver letto Magic Arts in Celtic Britain di Lewis Spence, un esperto di occulto scozzese, che poco ha a che fare con la religione cristiana. L’interesse di Plant nei confronti della magia e l’adorazione di Page per Aleister Crowley, padre del satanismo, contribuirono a diffondere la teoria che una strofa della canzone ascoltata al contrario contenesse un inno a Satana, ipotesi da sempre smentita dagli Zeppelin.

“ …If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now it’s just a spring clean for the May Queen. Yes, there are two paths you can go by, but in the long run there still time to change the road you’re on…”  ( “…Se c’è trambusto nella tua siepe, non ti allarmare ora, è solo la pulizia di primavera in onore della Regina di Maggio. Sì, ci sono due sentieri che puoi percorrere, ma a lungo andare c’è sempre tempo per cambiare la strada sulla quale sei…”) ascoltato al contrario diventerebbe: “Oh here’s to my sweet Satan. The one whose little path will make me sad, whose power is Satan. He’ll kill you with his 666. And in a little toolshed he’ll make us suffer, sad Satan.” (“Oh questo è per il mio dolce Satana, colui il cui piccolo sentiero mi renderà triste, con il suo potere è Satana. Lui ti ucciderà con il suo 666 e in un capanno degli attrezzi ci farà soffrire, triste Satana.”). A suggerire il doppio significato di queste frasi sarebbe il verso: “’Cause you know sometimes words have two meanings” (“Perché sai a volte le parole hanno due significati”).

La prima volta che Page ascoltò queste teorie fu alla radio una domenica mattina, e non riusciva a crederci. Affermò infatti: “Per me è veramente triste, perché Stairway to Heaven fu scritta con le migliori intenzioni, e per quanto riguarda messaggi registrati al contrario, non è la mia idea di fare musica.” Forse la tecnica del backmasking (così è chiamata la pratica di incidere versi che se ascoltati normalmente hanno un significato, se ascoltati al contrario ne hanno un altro nascosto, subliminale…) è, in questo caso, uno dei numerosi casi di pareidolia acustica (dal greco “immagine simile”: è l’illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili dalla forma casuale) della storia del rock e dell’heavy metal. O forse no… di certo il fatto che Plant abbia dichiarato di averla scritta davanti al camino della villa di Headly Grange, senza elettricità (insomma, in un luogo molto “suggestivo”) e avendo l’impressione che qualcuno stesse muovendo la matita al posto suo, non aiuta…

«Io non uso mai la tecnica di studio, io la fondo solamente nelle emozioni.» Jimmy Page

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Pink Floyd – Wish You Were Here

Posted in Rock, Rock Progressivo on 2 aprile 2010 by sharkmax88

Una canzone stupenda, caratterizzata da un lirismo intenso, dotata di una malinconica leggerezza e sospesa nell’etere, grazie alla fusione della chitarra acustica e di un cantato quasi assorto. Una delle più belle canzoni da dedicare a qualcuno che non c’è più perché si è perso per strada, qualcuno insieme a cui di strada ne avete percorsa molta, divertendovi e imparando l’uno dall’altro, e ora vorreste che fosse ancora lì con voi per continuare a crescere insieme, come ai bei vecchi tempi.

È questo l’input che ha spinto Roger Waters e David Gilmour a scriverne rispettivamente testo (adattato da una poesia del primo) e melodia (basato sul riff creato dal secondo). Il brano è dedicato all’ex membro dei Pink Floyd Syd Barrett, allontanato dal gruppo a causa del massiccio uso di droghe (soprattutto LSD) che aveva compromesso il suo talento e la sua ragione, non permettendogli più di essere in grado di lavorare in studio o di suonare ai concerti: aveva comportamenti bizzarri e insensati, al limite del patologico. Amici e parenti si accorgevano di quanto era cambiato, non era più il vecchio Syd, il geniale fondatore dei Pink Floyd… ormai era diventato un peso, una minaccia per il gruppo che, dapprima, cercò di limitarne la presenza e pian piano lo retrocesse dal ruolo di lead guitar a chitarra d’accompagnamento, finché un giorno tutti loro si “dimenticarono” di passarlo a prendere per andare ad un concerto e, una volta accortisi della sua assenza, proseguirono fregandosene di lui.

Ma un altro destinatario della canzone è lo stesso Roger Waters, che non è riuscito e non riesce ancora a perdonarsi, a distanza di decenni, il fatto di essersi spacciato per amico fraterno di Syd e poi averlo abbandonato in un momento molto difficile per lui, solo per seguire le logiche del lavoro e del successo. Proprio lui che era stato cresciuto da una madre molto impegnata nel sociale, che aveva fatto di lui una persona sensibile, romantica e idealista. Anche in Waters qualcosa si era rotto, ma più che nella sua mente (come l’amico), nella sua anima. Ora era consapevole di essere diventato una gelida rockstar spietata che non aiutava chi rimaneva indietro rispetto agli altri e non si faceva scrupoli a scaricarlo, benché lui e gli altri membri del gruppo gli dovessero tutto (una volta fu lo stesso Waters ad ammettere che “Syd era la gallina che aveva scoperto l’uovo d’oro”).

Celeberrima è l’introduzione del brano, la cosiddetta Radio Sequence, che fu registrata puntando i microfoni verso l’altoparlante dell’autoradio di Gilmour e cambiando manualmente frequenza: quello che si può sentire è prima una discussione tra un uomo e una donna, poi un accenno della quarta sinfonia di Čajkovskij e infine l’intro vera e propria del pezzo eseguita da una chitarra, dal suono disturbato da un fruscio. Dopo poco si aggiunge un’altra chitarra, dal timbro più nitido e forte, come a voler rappresentare qualcuno che suona sulle note disturbate provenienti dalla radio e, a sottolineare il fatto che questa persona sia esterna alla radio, si sentono anche un colpo di tosse e un sospiro col naso.

I Pink Floyd la eseguirono live per la prima volta durante il tour del 1977 (in alcuni di questi spettacoli, il batterista Nick Mason portava sul palco una vera radio a transistor, collegandola sulle frequenze locali, per imitare l’intro originale della canzone), poi non la eseguirono più in concerto fino al 1987, dopodiché divenne un loro cavallo di battaglia e non la abbandonarono più.

Siamo solo due anime smarrite | che nuotano in una boccia per pesci | anno dopo anno | Correndo sullo stesso vecchio suolo | che cosa abbiamo trovato? | Le stesse vecchie paure | vorrei che tu fossi qui

Storica re-union dei Pink Floyd per l’esecuzione durante il Live 8 del 2005:


The Eagles – Hotel California

Posted in Rock, Rock Progressivo on 26 marzo 2010 by sharkmax88

È venuta l’ora di parlare di una delle canzoni più belle e misteriose della storia della musica, donataci dalle Aquile del rock. Su questa canzone è stato detto di tutto e ognuno ci ha visto dentro quello che voleva, ma l’idea di base parte dal fascino che l’America ha da sempre esercitato verso tutti coloro che vi vedevano l’unica vera strada per il successo: quel Sogno Americano così vulnerabile e fragile che per pochi fortunati ha rappresentato un vero e proprio sogno, per molti un incubo.

La canzone si può nettamente dividere in due parti. Don Henley e Glen Frey scrissero una prima parte intrisa di puro ottimismo, mentre viaggiavano in auto di notte verso la città degli angeli, quella Los Angeles che per chi non è del posto (e si è già risvegliato dal sogno americano ormai da tempo), rappresenta la suite più lussuosa dell’Hotel che è l’intera ragione della California. Il lato oscuro della canzone venne aggiunto solo in seguito, ed è la parte più interessante del testo.

La storia narra di un viaggiatore stanco che all’inizio è felice di essere arrivato in un hotel così lussuoso, solo dopo capisce che in realtà quella è una trappola perché qello è un posto dove “you can check out any time you like but you can never leave” (“puoi lasciare libera la stanza a qualsiasi ora tu voglia, ma non potrai mai andartene”). Hotel California è la metafora del sogno americano infranto, degenerato in incubo per colpa degli eccessi dell’edonismo e dell’autodistruzione che questo porta con sé. Nonostante sia un Inferno sulla Terra, tu non solo non puoi andartene, ma soprattutto non vuoi andartene, perché lasciarlo significherebbe risvegliarsi per sempre dal tuo Grande Sogno.

Esistono diverse interpretazioni del testo: c’è chi ha visto nella canzone un allegoria della negatività dell’industria musicale della California del Sud alla fine degli anni ’70 che trascinava tutto in vortice di autodistruzione, quasi fosse un buco nero; gli Eagles stessi dichiararono che in quel periodo erano preda di alcol e droga e che si trattava di una metafora della schiavitù da stupefacenti. Altri ancora dicevano che quell’hotel fosse un manicomio, un vero hotel gestito da cannibali o una metafora del cancro.

Come per altri capolavori del rock, non manca anche in questo caso la teoria che ritrova riferimenti satanici nei suoi versi (in particolare: “And in the master’s chambers – They gathered for the feast – They stab it with their steely knives – But they just can’t kill the beast” che significa “E nella stanza del padrone – si sono radunati per il banchetto – lo pugnalano con i loro coltelli d’acciaio – ma non possono semplicemente uccidere la bestia”) e nella copertina, che raffigura all’interno, una testa rasata che si affaccia in una finestra (secondo alcuni si trattava di Anton Lavey, fondatore della Chiesa di Satana a San Francisco, in California Street) e due diavoli che spuntano a destra, nella foto di gruppo. Tutte queste teorie furono smentite dagli Eagles stessi, ma effettivamente il dubbio rimane…

Infine ci sono due parole che meritano la nostra attenzione: colitas, presente nella prima strofa della canzone, che indica degli “inebrianti fiori del deserto” (parole degli stessi Don Henley e Don Felder), mentre secondo alcune teorie che girano in rete “colitas” è un termine spagnolo che significa “piccole code“, in riferimento ai germogli della Cannabis; steely che è un dichiarato omaggio agli Steely Dan, che a loro volta avevano scritto il verso “Turn up the Eagles, the neighbours are listening” nella loro Everything You Did.

Tra le numerosissime cover, la più popolare è la versione gitana e flamencata del 1988 dei Gipsy King, inclusa nella colonna sonora de Il Grande Lebowski.