Pink Floyd – Wish You Were Here

Posted in Rock, Rock Progressivo on 2 aprile 2010 by sharkmax88

Una canzone stupenda, caratterizzata da un lirismo intenso, dotata di una malinconica leggerezza e sospesa nell’etere, grazie alla fusione della chitarra acustica e di un cantato quasi assorto. Una delle più belle canzoni da dedicare a qualcuno che non c’è più perché si è perso per strada, qualcuno insieme a cui di strada ne avete percorsa molta, divertendovi e imparando l’uno dall’altro, e ora vorreste che fosse ancora lì con voi per continuare a crescere insieme, come ai bei vecchi tempi.

È questo l’input che ha spinto Roger Waters e David Gilmour a scriverne rispettivamente testo (adattato da una poesia del primo) e melodia (basato sul riff creato dal secondo). Il brano è dedicato all’ex membro dei Pink Floyd Syd Barrett, allontanato dal gruppo a causa del massiccio uso di droghe (soprattutto LSD) che aveva compromesso il suo talento e la sua ragione, non permettendogli più di essere in grado di lavorare in studio o di suonare ai concerti: aveva comportamenti bizzarri e insensati, al limite del patologico. Amici e parenti si accorgevano di quanto era cambiato, non era più il vecchio Syd, il geniale fondatore dei Pink Floyd… ormai era diventato un peso, una minaccia per il gruppo che, dapprima, cercò di limitarne la presenza e pian piano lo retrocesse dal ruolo di lead guitar a chitarra d’accompagnamento, finché un giorno tutti loro si “dimenticarono” di passarlo a prendere per andare ad un concerto e, una volta accortisi della sua assenza, proseguirono fregandosene di lui.

Ma un altro destinatario della canzone è lo stesso Roger Waters, che non è riuscito e non riesce ancora a perdonarsi, a distanza di decenni, il fatto di essersi spacciato per amico fraterno di Syd e poi averlo abbandonato in un momento molto difficile per lui, solo per seguire le logiche del lavoro e del successo. Proprio lui che era stato cresciuto da una madre molto impegnata nel sociale, che aveva fatto di lui una persona sensibile, romantica e idealista. Anche in Waters qualcosa si era rotto, ma più che nella sua mente (come l’amico), nella sua anima. Ora era consapevole di essere diventato una gelida rockstar spietata che non aiutava chi rimaneva indietro rispetto agli altri e non si faceva scrupoli a scaricarlo, benché lui e gli altri membri del gruppo gli dovessero tutto (una volta fu lo stesso Waters ad ammettere che “Syd era la gallina che aveva scoperto l’uovo d’oro”).

Celeberrima è l’introduzione del brano, la cosiddetta Radio Sequence, che fu registrata puntando i microfoni verso l’altoparlante dell’autoradio di Gilmour e cambiando manualmente frequenza: quello che si può sentire è prima una discussione tra un uomo e una donna, poi un accenno della quarta sinfonia di Čajkovskij e infine l’intro vera e propria del pezzo eseguita da una chitarra, dal suono disturbato da un fruscio. Dopo poco si aggiunge un’altra chitarra, dal timbro più nitido e forte, come a voler rappresentare qualcuno che suona sulle note disturbate provenienti dalla radio e, a sottolineare il fatto che questa persona sia esterna alla radio, si sentono anche un colpo di tosse e un sospiro col naso.

I Pink Floyd la eseguirono live per la prima volta durante il tour del 1977 (in alcuni di questi spettacoli, il batterista Nick Mason portava sul palco una vera radio a transistor, collegandola sulle frequenze locali, per imitare l’intro originale della canzone), poi non la eseguirono più in concerto fino al 1987, dopodiché divenne un loro cavallo di battaglia e non la abbandonarono più.

Siamo solo due anime smarrite | che nuotano in una boccia per pesci | anno dopo anno | Correndo sullo stesso vecchio suolo | che cosa abbiamo trovato? | Le stesse vecchie paure | vorrei che tu fossi qui

Storica re-union dei Pink Floyd per l’esecuzione durante il Live 8 del 2005:


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Steppenwolf – Born To Be Wild

Posted in Hard Rock, Heavy Metal, Rock on 29 marzo 2010 by sharkmax88

Chissà quante volte avrete desiderato salire a bordo di una potente moto e sfrecciare via da qualche luogo o situazione che vi sta assillando, per comportarvi da veri selvaggi. Bene, se vi è già capitato o se vi capiterà in futuro, sappiate che questa è la canzone più adatta che possiate mettere in sottofondo per la vostra fuga… Stiamo parlando, infatti, del brano per eccellenza dei cosiddetti bikers o, se preferite, centauri, che sfrecciano sempre sulle loro roboanti Harley Davidson…

Pubblicata nell’anno storico del 1968 e considerata la prima canzone heavy metal della storia, ha anche il merito di aver coniato questo termine: è infatti il verso “I like smoke and lightning, heavy metal thunder, racin’ with the wind” (“Mi piacciono il fumo e il lampo, il tuono del metallo pesante, correr con il vento”), che si riferisce, chiaramente, allo sferragliante rombo delle moto bicilindriche dei riders, ad aver dato origine al genere, nonostante vi siano ancora oggi discussioni in merito. Ciò che non si può negare è, comunque, il fatto che sia la prima registrazione in cui si utilizza la parola “heavy metal” in un contesto musicale.

Ma parlando di motociclisti selvaggi, non può non venirvi in mente il film cult del 1969 Easy Rider, con i mitici Dennis Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson (che interpretavano rispettivamente Billy, Wyatt “Captain America” e George Hanson) che viaggiavano a tutta velocità e in piena libertà attraverso l’America. È il film simbolo della New Hollywood ma, soprattutto, del contesto culturale della fine degli anni ’60: la cultura di controtendenza degli hippies e la voglia di evasione dalla società medio borghese. All’inizio Peter Fonda voleva usare come colonna sonora principale del film le canzoni di Crosby, Stills & Nash, ma alla fine si convinse che questo brano era perfetto per rappresentare lo spirito di libertà del film. La versione cinematografica del brano è leggermente diversa da quella registrata in studio, perché all’inizio è stato aggiunto il rumore del motore di una motocicletta. Dello stesso gruppo fu inserita nella soundtrack anche la canzone The Pusher.

Scritta da Mars Bonfire (che utilizzava lo pseudonimo di Dennis Edmonton quando era ancora membro dei The Sparrows, gruppo predecessore degli Steppenwolf), fu inizialmente offerta ad altre band, come gli Human Expression, solo in seguito registrata da questo gruppo rock canadese/statunitense, che prende il nome dal romanzo “Il lupo della steppa” (in originale: “Der Steppenwolf”, 1928) dello scrittore Hermann Hesse, che condivideva con il fondatore del gruppo, John Kay, le origini tedesche. Benché il gruppo sia tuttora in attività dal 1967, Born To Be Wild rappresenta il loro più grande successo.


Bruce Springsteen – Born To Run

Posted in Rock on 26 marzo 2010 by sharkmax88

Questa è una di quelle canzoni che ti cambiano la vita. Nonostante sia una canzone dinamica in tutti i sensi, Springsteen la scrisse seduto nella sua stanza da letto, a Long Branch, nel New Jersey nell’anno 1974. Questa è la traccia, contenuta nell’album omonimo, che segna una svolta per il successo di Springsteen, anche verso il grande pubblico. Ma non solo, in questo disco i suoi testi raggiungono anche il suo apice poetico, parlando di un’America difficile, raccontata con toni amari, e del suo sogno che sempre più spesso tradisce le aspettative di giovani ostinati e cercatori di ideali (oggi, più che mai, una categoria a rischio di estinzione…) che, per questo motivo, si ribellano ai tentativi di rimanere intrappolati da effimere illusioni.

Il testo racconta la storia di un ragazzo ed una ragazza nati per correre, per fuggire da una città che ti spezza le ossa della schiena (“Baby this town rips the bones from your back – It’s a death trap, it’s a suicide rap – We gotta get out while we’re young – ‘cause tramps like us, baby we were born to run”). E all’inizio non importa dove vanno, ma il fatto stesso che vadano, più importante della meta è infatti il viaggio stesso; non importa cosa cercano, ma il fatto stesso che cerchino qualcosa, e benché non sappiano minimamente cosa sia, faranno tutto ciò che è nelle loro possibilità per conquistarla, mantenendo sempre, qualsiasi cosa succeda, una fede indissolubile in se stessi e nell’amore.

Questa canzone della produzione di Springsteen è incredibilmente romantica e struggente (“I wanna die with you Wendy on the streets tonight – In an everlasting kiss”: “Stasera voglio morire con te, Wendy, sulle strade – in un bacio eterno”). La scelta di utilizzare una struttura rock, invece della tipica struttura della ballata, per scrivere di una fuga d’amore, non può che esser dovuta al fatto che una ballata in genere esprime un sentimento di romanticismo malinconico, parla di amori ormai passati e che ci mancano, oppure di amori impossibili che, per quanto ci sforziamo di portare avanti o di raggiungere, ci sfuggono; al contrario la base rock sottolinea la gioventù e la sua energia, la voglia di vivere al massimo e di fuggire da qualsiasi cosa ci viene imposta insieme a chi amiamo, quindi è più adatta ad amori ancora in corso e che non potranno che crescere sempre di più.

Questa tesi è confermata dal fatto che a un certo punto della storia Springsteen decide di cambiare stile musicale, passando a quello acustico, con l’intento di comunicare che si può continuare a cercare se stessi e a portare avanti le proprie passioni anche se non si possiede più quell’impeto giovanile che è pura energia che sprizza da tutti i pori. Infatti, chi è nato per correre non invecchia, perché il rock, come ricordava lo stesso Dylan, è la musica di chi vuol rimanere per sempre giovane.

«Vivi come se dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai!» Jim Morrison

«Se per vivere ti dicono “siediti e stai zitto”, tu alzati e muori combattendo.» Jim Morrison

The Rolling Stones – Sympathy For The Devil

Posted in Blues Rock, Rock on 26 marzo 2010 by sharkmax88

Se nel precedente brano ho accennato ai “velati” riferimenti satanici degli Eagles, questa canzone li dichiara già dal titolo, senza lasciar dubbi. In origine era tutta un’altra canzone: era nata come una folk song che raccontava la storia del lato oscuro di un uomo (si intitolava The Devil Is My Name), divenne, grazie al suggerimento di Keith Richards di cambiare ritmo, un vero e proprio samba che celebra il demonio.

L’incipit della canzone, dove il Diavolo si presenta in prima persona (se così si può dire…), è praticamente copiato da un capolavoro della letteratura russa del Novecento, scritto dalla penna di Mikhail Bulgakov: Il Maestro e Margherita (nel libro è: “‘Please excuse me,’ he said, speaking correctly, but with a foreign accent, ‘for presuming to speak to you without an introduction.‘” tradotto come “Per favore mi scusi, disse parlando correttamente ma con un accento straniero, se mi permetto di parlarle senza una presentazione”; nel brano: “Please allow me to introduce myself – I’m a man of wealth and taste” tradotto come “Per favore mi permetta di presentarmi – Sono un uomo facoltoso e di classe”). Mick Jagger ricevette questo libro come regalo da Marianne Faithfull, che fa anche da seconda voce nella canzone, insieme ad Anita Pallenberg. In effetti il libro è stata una delle fonti d’ispirazione di tutto il testo, insieme alle poesie di Baudelaire, la Bibbia e i libri di Storia.

Sì perché nel testo vengono citati episodi storici molto celebri in cui il Diavolo ci avrebbe messo lo zampino: la Guerra dei Cent’anni (“I watched with glee while you Kings and Queens fought for ten decades for the Gods they made”, in italiano: “Guardavo con gioia mentre voi Re e Regine combattevate per dieci decenni per gli Dei che avete creato“); la Rivoluzione d’Ottobre (“I stuck around St. Petersburg when I saw it was a time for a change, killed the czar and his ministers”, in italiano: “Vagavo per San Pietroburgo quando vidi che era tempo di cambiare, uccisi lo zar e i suoi ministri”); la seconda guerra mondiale (“I rode a tank, held a general’s rank while the blitzkrieg raged, and the bodies stank”, in italiano: “Guidavo un carro armato, avevo il grado di generale mentre la guerra-lampo infuriava, e i cadaveri si decomponevano”); e gli assassini dei Kennedy (“I shouted out “Who killed the Kennedys?” when after all it was you and me”, in italiano: “Ho urlato “Chi uccise i Kennedy?” quando dopo tutto siamo stati tu ed io”).

Questa è la prima traccia dell’album Beggars Banquet del 1968. Già nei lavori precedenti gli Stones erano stati accusati di usare espliciti riferimenti sessuali (ad esempio Let’s Spend The Night Together) e di aver aderito al Satanismo (l’album precedente si intitolava Their Satanic Majesties Request) dai fondamentalisti cristiani, che portavano avanti una crociata non solo contro i Rolling Stones, ma anche contro tutti i musicisti rock, additandoli come cattivi esempi per i giovani che li ascoltavano. Ma quello che Jagger, Richards & Co. volevano dire era in realtà che il diavolo è l’uomo stesso e tutti gli episodi più incresciosi nella storia del mondo occidentale sono da imputare esclusivamente al genere umano e alla sua immoralità, senza bisogno di scomodare entità soprannaturali.

The Eagles – Hotel California

Posted in Rock, Rock Progressivo on 26 marzo 2010 by sharkmax88

È venuta l’ora di parlare di una delle canzoni più belle e misteriose della storia della musica, donataci dalle Aquile del rock. Su questa canzone è stato detto di tutto e ognuno ci ha visto dentro quello che voleva, ma l’idea di base parte dal fascino che l’America ha da sempre esercitato verso tutti coloro che vi vedevano l’unica vera strada per il successo: quel Sogno Americano così vulnerabile e fragile che per pochi fortunati ha rappresentato un vero e proprio sogno, per molti un incubo.

La canzone si può nettamente dividere in due parti. Don Henley e Glen Frey scrissero una prima parte intrisa di puro ottimismo, mentre viaggiavano in auto di notte verso la città degli angeli, quella Los Angeles che per chi non è del posto (e si è già risvegliato dal sogno americano ormai da tempo), rappresenta la suite più lussuosa dell’Hotel che è l’intera ragione della California. Il lato oscuro della canzone venne aggiunto solo in seguito, ed è la parte più interessante del testo.

La storia narra di un viaggiatore stanco che all’inizio è felice di essere arrivato in un hotel così lussuoso, solo dopo capisce che in realtà quella è una trappola perché qello è un posto dove “you can check out any time you like but you can never leave” (“puoi lasciare libera la stanza a qualsiasi ora tu voglia, ma non potrai mai andartene”). Hotel California è la metafora del sogno americano infranto, degenerato in incubo per colpa degli eccessi dell’edonismo e dell’autodistruzione che questo porta con sé. Nonostante sia un Inferno sulla Terra, tu non solo non puoi andartene, ma soprattutto non vuoi andartene, perché lasciarlo significherebbe risvegliarsi per sempre dal tuo Grande Sogno.

Esistono diverse interpretazioni del testo: c’è chi ha visto nella canzone un allegoria della negatività dell’industria musicale della California del Sud alla fine degli anni ’70 che trascinava tutto in vortice di autodistruzione, quasi fosse un buco nero; gli Eagles stessi dichiararono che in quel periodo erano preda di alcol e droga e che si trattava di una metafora della schiavitù da stupefacenti. Altri ancora dicevano che quell’hotel fosse un manicomio, un vero hotel gestito da cannibali o una metafora del cancro.

Come per altri capolavori del rock, non manca anche in questo caso la teoria che ritrova riferimenti satanici nei suoi versi (in particolare: “And in the master’s chambers – They gathered for the feast – They stab it with their steely knives – But they just can’t kill the beast” che significa “E nella stanza del padrone – si sono radunati per il banchetto – lo pugnalano con i loro coltelli d’acciaio – ma non possono semplicemente uccidere la bestia”) e nella copertina, che raffigura all’interno, una testa rasata che si affaccia in una finestra (secondo alcuni si trattava di Anton Lavey, fondatore della Chiesa di Satana a San Francisco, in California Street) e due diavoli che spuntano a destra, nella foto di gruppo. Tutte queste teorie furono smentite dagli Eagles stessi, ma effettivamente il dubbio rimane…

Infine ci sono due parole che meritano la nostra attenzione: colitas, presente nella prima strofa della canzone, che indica degli “inebrianti fiori del deserto” (parole degli stessi Don Henley e Don Felder), mentre secondo alcune teorie che girano in rete “colitas” è un termine spagnolo che significa “piccole code“, in riferimento ai germogli della Cannabis; steely che è un dichiarato omaggio agli Steely Dan, che a loro volta avevano scritto il verso “Turn up the Eagles, the neighbours are listening” nella loro Everything You Did.

Tra le numerosissime cover, la più popolare è la versione gitana e flamencata del 1988 dei Gipsy King, inclusa nella colonna sonora de Il Grande Lebowski.

Elvis Presley – Blue Suede Shoes

Posted in Rock, Rock & Roll on 26 marzo 2010 by sharkmax88

Siete mai stati al Bowling? Beh, vi devo confessare che spesso, finita la partita, mi è venuta voglia di scambiare le mie scarpe d’ordinanza con quelle luccicanti e colorate che ti danno apposta per il parquet. Dovete sapere che benché possa sembrarvi un pensiero bizzarro, che c’è chi ha fatto di peggio…

Tutto ha origine da un tarlo che un certo Johnny Cash mise in testa a Carl Perkins nel 1955: il primo aveva conosciuto, quando era in servizio militare in Germania, un aviatore che era solito usare un paio di “Scarpe di Camoscio Blu” (?), almeno a quanto dichiarava lui, e chiese all’altro perché non scrivesse una canzone su quella particolarità. Perkins rispose: “Non ne so niente di scarpe… Come faccio a scrivere una canzone su questo tipo e le sue scarpe se non so neanche come si scrive la parola camoscio (suede, ndr)?”.

Ma anche questa volta il caso si frappose nella vicenda: la sera del 4 Dicembre 1955, mentre stava suonando durante un ballo, notò una coppia di ragazzi che ballavano vicino al palco. La ragazza era davvero una bellezza mozzafiato, eppure il ragazzo, invece di godersela, sembrava essere concentrato solo sulle sue nuove scarpe di camoscio blu, ammonendo la compagna di stare attenta a non pestargliele… Perkins rimase sconcertato da un uomo che anteponeva le scarpe ad una donna così bella…

Da quell’episodio Perkins decise di ascoltare il consiglio di Cash e pensò quella stessa notte ad una filastrocca che potesse adattare… Dopo un po’ di tentativi se ne uscì con la frase: “Well, it’s one for the money… Two for the show… Three to get ready… Now go, man, go!” accompagnata da un accattivante ritmo boogie. Perkins la scrisse di getto, sulla prima cosa che gli capitò sotto mano (un sacco marrone di patate) e scrivendo swade al posto di suede… Fu poi il produttore Sam Phillips a far cambiare il verso “Now go, man, go!” in “Now go, cat, go!”. La canzone venne terminata il 17 Dicembre e incisa il 19 di quell’anno. Rappresenta uno dei primi rockabilly della storia.

Blue Suede Shoes divenne il primo successo musicale a vendere un milione di copie ed entrare in due top charts di generi musicali diversi (Rhythm & Blues, Pop). Se già era famosa con la registrazione di Perkins per la Sun Records, quando la RCA decise di farne realizzare una cover di Elvis Presley (la moda delle cover era nata proprio negli anni 1940-1950) la canzone spopolò in tutto il mondo. Elvis rimase comunque fedele a Perkins e al suo manager, che erano suoi amici, e decise col manager della RCA che avrebbe distribuito la sua cover del brano come singolo solo una volta che il successo della versione originale fosse calato, per questo la registrò il 30/01/1956 per poi rilasciarla sul mercato solo l’08/09/1956.

«Fai qualcosa che valga la pena ricordare.» Elvis Presley

The Beach Boys – Good Vibrations

Posted in Pop Psichedelico, Rock on 20 marzo 2010 by sharkmax88

Sapete quelle parole che vi colpiscono da bambini, ma di cui non capite il significato finché non siete cresciuti (…e talvolta neanche da grandi)? Per Brian Wilson la parola in questione era vibrazioni. Sua madre gliene parlava, dicendogli che erano nell’aria, invisibili e impercettibili per i nostri sensi, e si dividevano in buone e cattive. Queste ultime, in particolare, potevano anche sfuggire a noi esseri umani, ma di certo gli animali, come per esempio i cani, le sentivano e si mettevano ad abbaiare verso chi le emetteva.

Brian Wilson era forse il più introverso e geniale dei Beach Boys e, per questa ragione, alla vita caotica e frenetica dei tour, preferiva una vita rilassata e riflessiva, passata in luoghi calmi e tranquilli come la sua camera da letto e la spiaggia, posti in cui dava libero sfogo al suo talento artistico. È così che nacque, nel 1966, quella che per la rivista Rolling Stone è la sesta più grande canzone di tutti i tempi.

A Mike Love si deve l’intuizione di aver aggiungere l’aggettivo good, per “tranquillizzare” i fan. Pubblicata come singolo il 10 ottobre 1966 (insieme a Let’s Go Away For Awhile, come B-side), fu rilasciata 11 mesi dopo all’interno dell’album Smiley Smile (qui a fianco la copertina del vinile rilasciato nel 2004 per l’uscita, dopo “soli” 37 anni dall’ideazione, del concept album Smile nel quale doveva essere originariamente inclusa).

La registrazione del brano, che include l’uso di un theremin (il più antico strumento musicale elettronico), è stata molto travagliata e costosa per l’epoca: furono spesi ben 50˙000 dollari, e la durata complessiva del nastro impiegato supera le 90 ore. Ciò è dovuto al fatto che la canzone fu registrata in sei diversi studi di Los Angeles, producendo sei diversi frammenti. Quattro di questi furono poi “incollati” assieme grazie ad un procedimento molto innovativo per quegli anni (e che piacque molto anche ai Beatles, che lo utilizzarono, in seguito, per incidere Strawberry Fields Forever e A Day In The Life) che consisteva nel registrare e ri-registrare determinate sezioni musicali e vocali scorrelate, per poi eventualmente modificarle e mixarle nel risultato finale, ottenendo, in questo caso, una “sinfonia tascabile”, come la definì lo stesso Wilson, di soli 3:39.